Diffamazione nell’era del web

Diffamazione nell’era del web
uso social – danni – risarcimento – quando è reato?

 


 

 

La diffusione di messaggi diffamatori attraverso un blog integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., sotto il profilo dell’offesa arrecata «con qualsiasi altro mezzo di pubblicità» diverso dalla stampa, poiché la condotta in tal modo realizzata è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile, di persone e tuttavia non può dirsi posta in essere «col mezzo della stampa», non essendo i blog destinati ad un’attività di informazione professionale diretta al pubblico.

Con la sentenza in esame la Corte di Cassazione interviene ancora una volta in chiave punitiva nei confronti di chi utilizza in modo sconsiderato ed illegittimo gli strumenti del web 2.0 ed in particolare il blog.

 

 

Il caso riguarda un blogger ritenuto dalla Corte di appello di Milano responsabile del reato di diffamazione aggravata ex art. 595, comma 3, cod. pen. in relazione alla pubblicazione di espressioni offensive e diffamatorie sul suo blog postate direttamente dall’imputato o da terzi e non opportunamente filtrate.

A seguito di ricorso dell’imputato la Suprema Corte conferma la decisione del giudice di merito respingendo le eccezioni della difesa.

La Corte di Cassazione parte dalla premessa che il blog, tipico strumento del web 2.0, nasce come termine dalla contrazione di web-log, ovvero «diario in rete».

Si tratta di un particolare tipo di un sito web in cui i contenuti vengono visualizzati in forma anti-cronologica (dal più recente al più lontano nel tempo), in genere gestito da uno o più blogger, che pubblicano, più o meno periodicamente, contenuti multimediali, in forma testuale o in forma di post, concetto assimilabile o avvicinabile a un articolo di giornale.

Il singolo intervento (articolo, pensiero, contenuto multimediale, ecc.) inserito dal blogger viene definito post e l’applicazione utilizzata permette di creare i nuovi post identificandoli con un titolo, la data di pubblicazione e alcune parole chiave (tag).

Qualora l’autore del blog lo permetta, ovvero abbia configurato in questa maniera il blog, al post possono seguire i commenti dei lettori del blog.

In una prima eccezione il ricorrente sostiene che la Corte territoriale non aveva considerato le sue osservazioni difensive ed aveva ravvisato la responsabilità concorsuale dell’imputato per l’erronea circostanza del filtro da lui operato ai commenti dei lettori. Secondo la Suprema Corte, però, le contestazioni sono alquanto generiche e non in grado di superare l’argomentazione decisiva evidenziata dalla Corte di Appello della presenza di interventi ripetuti a risposta dei commenti da altri inseriti, polemici e a volte offensivi, diretti a fomentare il dibattito, ed inoltre lo stesso blogger non aveva mai cancellato i post diffamatori inseriti da terzi e non aveva preso le distanze da essi, continuando a mantenerli fruibili al pubblico.

Secondo la Corte di Cassazione, ai fini della configurabilità del vizio di travisamento della prova dichiarativa, è necessario che la relativa deduzione abbia un oggetto definito e inopinabile, tale da evidenziare la palese e non controvertibile difformità tra il senso intrinseco della dichiarazione e quello tratto dal giudice, con conseguente esclusione della rilevanza di presunti errori da questi commessi nella valutazione del significato probatorio della dichiarazione medesima.

Inoltre, secondo la Suprema Corte, il blog va considerato alla stessa stregua di altri strumenti del web 2.0, come in social ed in particolare Facebook, per cui la diffamazione è anche aggravata dall’uso di uno strumento di pubblicità, prevista dalla seconda ipotesi del comma terzo dell’art. 595 cod. pen., che in effetti prevede tre ipotesi alternative di aggravamento del reato in relazione al mezzo con cui è arrecata l’offesa: a) col mezzo della stampa, b) con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, c) in atto pubblico.

Si ricorda, difatti, che secondo la Giurisprudenza della Suprema Corte la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca Facebook integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., sotto il profilo dell’offesa arrecata «con qualsiasi altro mezzo di pubblicità» diverso dalla stampa, poiché la condotta in tal modo realizzata è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile, di persone e tuttavia non può dirsi posta in essere «col mezzo della stampa», non essendo i social network destinati ad un’attività di informazione professionale diretta al pubblico (Sez. 5, n. 4873 dell’1/02/2017).