Infortunio lavoro patteggiamento prova colpa datore in sede civile

Infortunio lavoro patteggiamento prova colpa datore in sede civile
Risarcimento – patteggiare la pena – cosa accade

 


 

 

Cassazione civile, sez. lavoro, ordinanza 07/02/2019 n° 3643

La sentenza penale emessa a seguito di patteggiamento costituisce un importante elemento di prova nel processo civile in quanto la richiesta di patteggiamento dell’imputato implica pur sempre il riconoscimento del fatto-reato. Ne consegue che il giudice, ove intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua responsabilità non sussistente e il giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione.

Questo è quanto affermato dalla Suprema Corte con ordinanza n. 3643 del 7 febbraio 2019, la quale ha cassato con rinvio la sentenza della Corte d’Appello di Firenze.

 

 

Il caso

Durante l’esecuzione di lavori di potatura, un lavoratore, posizionato all’interno di un cestello agganciato al braccio della gru collocata su di un autocarro, manovrata dal suo datore di lavoro, cadeva a terra da un’altezza di circa sei metri, riportando gravi lesioni.

Secondo la prospettazione del dipendente, la causazione del sinistro era da attribuire a un’errata manovra del suddetto braccio; di qui, la richiesta di risarcimento danni non patrimoniali nei confronti del datore convenuto.

La Società resisteva in giudizio sostenendo, invece, che il sinistro si era verificato per colpa esclusiva del dipendente, caduto da una scala nel vivaio della ditta.

Al rigetto della domanda seguiva l’appello del lavoratore il quale lamentava, in particolare, la mancata valutazione da parte del Tribunale della sentenza di patteggiamento pronunciata nei confronti del convenuto in ordine ai reati di cui agli artt. 184 e 389 d.P.R. n. 547/55, applicati ratione temporis (poiché in qualità di titolare dell’omonima azienda agricola aveva effettuato il sollevamento di persone con attrezzature di lavoro ed accessori non conformi a legge), e art. 590 c.p.(in quanto, mediante la violazione di cui alla predetta contravvenzione e a causa della sua errata manovra, aveva determinato lesioni personali gravi, consistite nella paraplegia degli arti inferiori).

La Corte d’appello respingeva il gravame proposto ritenendo che l’asserita responsabilità del datore convenuto nella causazione dell’evento non poteva basarsi unicamente sulla sentenza di patteggiamento, non essendo ravvisabili presunzioni gravi precise e concordanti a conferma della dinamica assunta da parte appellante.

 

La decisione della Corte di Cassazione

 

Secondo la Corte Suprema:

è invalida la decisione impugnata per aver negato ogni valenza probatoria al comportamento processuale osservato dal dipendente in sede penale;
la sentenza penale di applicazione della pena ex art. 444 cod. proc. pen. Costituisce un importante elemento probatorio per il giudice di merito, il quale, ove intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità ed il giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione;
la sentenza di applicazione di pena patteggiata, «pur non potendosi tecnicamente configurare come sentenza di condanna, anche se è a questa equiparabile a determinati fini, presuppone pur sempre una ammissione di colpevolezza che esonera la controparte dall’onere della prova»;
in base al principio di unitarietà dell’ordinamento giuridico, cui almeno in astratto tendono le previsioni di diritto positivo, per lo stesso fatto soltanto alla stregua di valide giustificazioni, debitamente argomentate, possono ammettersi differenti e contrastanti decisioni giudiziali, pur nell’autonomia dei relativi giudizi;
la sentenza di patteggiamento presuppone non solo il consenso delle parti (imputato e p.m.), ma anche che non debba essere pronunciata sentenza di proscioglimento a norma dell’art. 129 c.p.p., oltre che corretta la qualificazione giuridica del fatto (art. 444 c.p.p., comma 2).
Per le ragioni esposte, è stata cassata con rinvio la sentenza della Corte d’Appello di Firenze, la quale aveva di fatto omesso ogni esame dell’ammissione in sede penale di responsabilità riguardo al sinistro di cui alla causa civile da parte del dipendente, ammissione che ancorchè implicita, costituisce indefettibile presupposto della applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell’art. 444 c.p.p.

La Corte ha infine altresì precisato che in tema di prova per presunzioni il giudice è tenuto a seguire un procedimento che si articola in due momenti valutativi: quello iniziale, caratterizzato da una valutazione analitica degli elementi indiziari al fine di dare esclusiva rilevanza a quelli che, presi singolarmente, presentino una positività parziale o almeno potenziale di efficacia probatoria; e quello successivo, dove si impone una valutazione complessiva di tutti gli elementi come sopra individuati al fine di accertare se la loro combinazione sia in grado di fornire una valida prova presuntiva che magari non potrebbe dirsi raggiunta con certezza considerando atomisticamente uno o alcuno di essi.

Alla luce di quanto sopra la sentenza della Corte d’appello è da censurare anche nella parte in cui il giudice di merito si è limitato a negare valore indiziario agli elementi acquisiti in giudizio senza accertare se essi, seppur singolarmente sforniti di valenza indiziaria, non fossero in grado di acquisirla ove valutati nella loro sintesi, nel senso che ognuno avrebbe potuto rafforzare e trarre vigore dall’altro in un rapporto di vicendevole completamento.