Stalking e custodia cautelare indagato

Stalking e custodia cautelare indagato
Atti persecutori – custodia carcere – penale

 


 

Gli atti persecutori e gli episodi di vessazione e maltrattamenti nei confronti dell’ex partner giustificano la risposta cautelare massimamente restrittiva della libertà personale
In un Paese dove circa un quarto degli omicidi volontari riguarda casi di femminicidio – evento terminale spesso preceduto da atti persecutori posti in essere dall’agente violento- e dove il 77 % delle vittime del delitto di atti persecutori risultano essere di sesso femminile 1, non appare certamente irragionevole o irrazionale, su un piano di lettura costituzionale, l’avere introdotto da parte del legislatore un ulteriore strumento di tutela sociale per il contenimento di forme di pericolosità diffusa da accertare secondo i parametri probatori sopra indicati.

Ad affermarlo è il Tribunale di Milano col decreto del 9 ottobre 2018.

 

 

Il caso

 

L’indagato si era reso responsabile del delitto di atti persecutori (ai sensi dell’art. 612 bis c.p) perpetrati ai danni della sua ex compagna già durante la loro convivenza e proseguiti al termine del loro rapporto.

L’uomo, in più occasioni, aveva mostrato nei confronti dell’ex partner un’indole violenta e prevaricatrice, rendendosi anche autore di gravi episodi di vessazione e maltrattamenti, per cui erano stati effettuati molteplici interventi da parte delle Forze di Polizia.

Per gli stessi fatti, l’uomo era stato arrestato pur non essendo ancora giunta una condanna penale.

I gravi indizi di colpevolezza che erano emersi a suo carico lasciavano inequivocabilmente trasparire i suoi intenti prevaricatori e la sua pericolosità sociale.

L’episodio che scatenò il perpetrarsi delle molestie e dei soprusi nei confronti dell’ex compagna fu il momento in cui quest’ultima decise di porre fine alla loro tormentata relazione amorosa. Da quel giorno, l’uomo mise in atto tutta una serie di comportamenti finalizzati a punirla con atti di violenza sia fisica che psicologica, quest’ultimi con finalità manipolatorie, con l’intenzione di confinarla nella sua sfera di controllo.

La donna aveva già denunciato questi fatti.

Nell’ordinanza di convalida dell’arresto, in particolare, si raccontava di un episodio, a sua volta riportato dalla vittima, in sede di verbalizzazione della querela, in cui l’uomo, preso dall’ira aveva danneggiato la porta d’ingresso della sua abitazione prendendola a calci e così, riuscendo ad entrarvi; dopodiché percosse brutalmente la donna e le sottrasse le chiavi di casa.

Nonostante le denunce e i continui interventi delle forze dell’ordine, gli episodi di molestia non cessarono, al contrario, nel corso del tempo, ebbero un crescendo di brutalità. Le percosse furono sostituite dalle minacce di morte rese ancor più oppressive dall’utilizzo di armi da punta e taglio; fino agli episodi di vera e propria violenza sessuale, perpetrati anche alla presenza del loro figlio minore (vittima a sua volta di “violenza assistita”).

Ebbene, non vi erano dubbi: si trattava di un soggetto con indole manifestamente violenta, possessiva ed ossessiva, e sintomatica di una spiccata pericolosità, visto anche l’utilizzo di armi, idonee ad arrecare gravi pregiudizi per beni giuridici primari, come la vita e l’incolumità individuale.

 

 

La tesi difensiva e la decisione del Tribunale

 

Il difensore dell’indagato, di fronte all’ordinanza di applicazione della misura della custodia cautelare in carcere, emessa a seguito di convalida dell’arresto in flagranza a carico del suo assistito, ne aveva eccepito l’illegittimità.

Com’è possibile arrivare ad una decisione così drasticamente limitativa della libertà di circolazione del sottoposto a procedimento penale, in presenza di una fattispecie procedibile a querela di parte?

La domanda, così come formulata, non può certo trovare fondamento né sotto il profilo giuridico né, tanto meno sotto il profilo fattuale.

Di fronte ad atti di violenza e di minaccia grave perché commessi con un coltello non si può parlare di fatti a querela di parte. E, in ogni caso, le azioni poste in essere dall’indagato erano indicative di una pericolosità tale da giustificare la misura della custodia cautelare in carcere (trattasi del “concreto pericolo che questi commetta altra delitti della stessa specie di quelli per cui si procede, o comunque gravi delitti con uso di violenza personale specie nei confronti della persona offesa”).

Il Tribunale meneghino ricorda che i fini dell’applicazione della misura la pericolosità deve essere sussistente al momento della formulazione del relativo giudizio. E, il venir meno dell’attualità della pericolosità consegue non tanto al semplice decorso del tempo o allo stato di detenzione, quanto piuttosto al compimento di atti volontari positivi, indicativi in modo inequivoco ed incontrovertibile che il soggetto abbia mutato condotta di vita; atti di cui l’indagato, nel caso di specie, non si era mai reso esecutore.

Per tali ragioni, deve ritenersi legittimamente applicata la misura custodiale disposta a suo carico.